Il viaggio in moto da due punti di vista

Balkan Tour 3: Albania, Macedonia e Serbia in moto

Dagli immensi spazi disabitati al traffico caotico delle grandi capitali balcane. Albania, Macedonia e Serbia: quello che le guide non dicono.

Come al solito, in questo blog non troverete conferme della bellezza delle spiagge albanesi, tantomeno aspettatevi di leggere di quanto invidiosamente meravigliosi siano i luoghi che abbiamo visitato solo per vanità. L’Albania è tutt’altro, è un paese (leggi popolo) che ha bisogno di crescere.

Il boom di turisti ha fatto crescere a dismisura i prezzi dei traghetti e i disservizi da parte delle compagnie navali. Le tante le lamentele sui tanti gruppi che seguiamo nei social ci hanno fatto scegliere di raggiungere via terra le nostre mete. Dopo aver attraversato la Croazia da nord a sud, la parentesi Bosniaca si rivela più cruda di quello che ci ricordavamo, e per non farci mancare nulla in Montenegro abbiamo preso una “multa”. La scrivo tra virgolette, i poliziotti che ci hanno fermato non ci hanno rilasciato una ricevuta, ho fatto vedere loro che avevo solamente 50 € nel portafogli, loro si sono parlati e alla fine si sono intascati 30 €. E non parlavano in inglese. Abbiamo perso molte ore nelle tante frontiere attraversate: non si riesce a sorpassare agilmente la colonna a causa delle corsie troppo strette, o peggio, gli automobilisti cercano in tutti i modi di ostacolare il sorpasso.

Albania, la terra delle aquile, dei cani e del traffico

Finalmente si entra, appena varcata la frontiera si deve assicurare obbligatoriamente il proprio veicolo. Ci sono degli assicuratori che con 13 € sottoscrivono una polizza valida per 15 giorni (in 5 minuti si fa tutto). Dalle montagne scendiamo verso la città con un certo entusiasmo, il sole scende verso il tramonto, la strada è bella e sgombra e incontriamo i primi indigeni a cavallo che trainano carretti ricolmi di fieno o di prodotti del proprio orto. Ma dopo un centinaio di km (forse meno) il sogno finisce: una colonna infinita di auto si dirige verso Tirana, la polizia cerca di fare un po’ di ordine e come già scritto, gli automobilisti fanno di tutto per non perdere la loro priorità. Il traffico aumenta sempre di più, il codice stradale è del tutto simile alla legge della giungla. Com’è finita la storia? 4 ore per fare 170 km.

Arriviamo con qualche difficoltà in hotel alle 20.30, dopo più di 12 ore passate in moto. Le persone si dimostrano subito molto cordiali, farebbero di tutto per accontentare un ospite, anche a discapito di dover rubare un rene a qualcuno… Gli albanesi hanno un’incredibile capacità di risolvere (o di non crearsi) problemi che è quasi invidiabile: secondo me non si fanno molti scrupoli se devono rubare un rene pur di aiutare un ospite.

Tirana, Berat, Gjirokastër, Korça, queste le città che abbiamo visitato. In molti dicono che non vale la pena visitare la capitale: hanno ragione. Ad oggi (agosto 2018) la moschea è chiusa per lavori, il museo nazionale è carino  ma trascurabile, la piramide di Hoxha l’abbiamo vista di sera e mette i brividi (non ci sono molti lampioni nei dintorni, c’era gente strana lì dentro); il mercato e i rinnovati edifici che lo circondano sono molto carini; è straziante invece vedere tutti quei cani randagi e alcune situazioni di povertà. La visita in città può essere resa veramente interessante se ci si sofferma ad osservare le abitudini dei cittadini e a parlare con qualcuno. Almeno la metà di loro parla italiano, molti sono stati qui in Italia per molti anni, altri hanno parenti in Italia. Qualcuno ha voluto parlare con noi, è stato interessante capire la loro storia. Passiamo un paio di giorni in capitale, sono più che sufficienti.  

Berat e Argirocastro: le città storiche patrimonio Unesco in Albania

Berat

Ci trasferiamo quindi a Berat, la città dalle mille finestre patrimonio dell’umanità, divisa in due parti dal fiume Osum. Il caos automobilistico regna sovrano, la cittadina è invasa dai turisti e dal caldo. Riusciamo a parcheggiare la moto per fare un brevissimo giro della parte più vecchia. La strada che porta al castello è interrotta a causa di lavori, proviamo a raggiungere in moto la sommità della collina ma anche qui i lavori rendono difficili gli spostamenti; poi il maltempo ha fatto il resto: non siamo riusciti a vedere niente, se non una pekara (un panificio) fuori dal centro mentre aspettavamo che smettesse di diluviare. Con meno di due euro abbiamo potuto assaggiare i byrek, la tipica torta salata con formaggio locale. I primi 50 km di strada verso Vlore sono difficili, la strada è piena di ghiaino e buche profonde, la pioggia complica il tutto. Arriviamo in hotel pieni di fango, piove ancora, rinunciamo anche alla visita di questa città. E l’ennesima rinuncia arriva il mattino seguente: il titolare dell’hotel ci sconsiglia di raggiungere Gjirokastër passando per Saranda e il famoso Blue Eye, il traffico della settimana di ferragosto è veramente improponibile. Niente costa, niente mare. Il viaggio che avevamo pianificato si sta rivelando un disastro.

Argirocastro è fortunatamente raggiungibile passando per le strade principali che si snodano tra le prime montagne del sud del paese, tutte nuove e ben tenute, in alcuni casi è presente la corsia di sorpasso in salita. Iniziamo a divertirci un po’, il paesaggio cambia notevolmente e la meta ci accoglie con un’ascesa impressionante in pavé che porta dritti al centro storico di questa seconda città protetta dall’Unesco. Cominciamo a goderci anche noi un po’ la vacanza (si, è un viaggio avventura, ma ogni tanto ci piace anche fare i turisti e rilassarci) passeggiando nel centro della cittadina tra gli altri turisti e i souvenir coloratissimi. L’influenza ottomana si percepisce chiaramente e il richiamo alla preghiera del muezzin ci fa capire che siamo lontani da casa. Dopo la visita al castello pranziamo in un ristorante che serve piatti locali (sembra strano, ma  -finalmente- nessuno qua ti propone i turistici linguini al pesto o le lasanie alla bolognaise): i piatti sono quelli della tradizione greca (il bordo verso la regione ellenica dista a poco più di 40 km) e assaggiamo involtini di foglia di vite con riso e polpette di carne, byrek e moussaka. Il tutto condito da abbondante origano. L’hotel dove dormiamo è arredato secondo l’antica tradizione dell’Illiria: tappeti rossi, lenzuola e cuscini bianchi adornati di pizzo, un camino semicircolare decorato con motivi floreali al centro di una delle pareti. Decisamente affascinante. Sorseggiando un ottimo infuso di erbe locali, chiediamo informazioni per raggiungere Korça (Corizza): ci sconsigliano di proseguire a sud e aggirare la montagna a nord. Altri esperti invece ci dicono di andare a sud anche se la strada è messa male ma percorribile, evitando però la temibile SH75. Stanchi di dover fare altre rinunce, proseguiamo per la cattiva strada: man mano che si punta a sud ci si ritrova sperduti nella natura, lungo un fiume: non ci sono più pali della corrente, le macchine sono rare così come l’asfalto. I ponti sembrano dover crollare da un momento all’altro e quei pochi paesini attraversati si fermano ad osservare il passaggio di noi stranieri. Le facce delle persone lasciano trasparire stupore, curiosità ma anche timore.

La piccola Parigi d’Albania

Percorriamo 180 chilometri in più di 6 ore, arriviamo stanchi e sfiniti. Abbiamo con noi l’immancabile razione di Insalatissime Rio Mare (qualcuno mi ricordi di chiedere una sponsorizzazione a Bolton Group), lungo la strada non c’era nessuno a cui chiedere o comprare cibo. Figuriamoci la benzina. Questo viaggio è più duro di quello che pensavamo.

Ma a Coriza (o Korça) ci aspetta un hotel a 4 stelle (con poco più di 25 euro a notte a persona) dove riusciamo a riprendere un po’ le forze e visitare la piccola Parigi: una cittadina al confine tra Macedonia e Grecia che conta oltre 80.000 abitanti che durante la prima guerra ha avuto modo di contare sull’aiuto dei Francesi. La città è la capitale culturale dell’Albania, elegante e ordinata a tal punto che sembra non aver niente a che fare con il resto dello stato. Ci sentiamo vicini all’Europa. Al centro sorge la stupenda chiesa ortodossa riedificata nel 1992, poco lontano una moschea, e il bazar ottomano dove troviamo quasi tutti i negozi chiusi (pochi giorni prima si è svolta la festa della birra, probabilmente erano tutti in ferie). Già, perché Korça è anche sinonimo di birra: appena fuori città c’è lo stabilimento che produce la bevanda nazionale con un ampio giardino dove ceniamo (una birra media costa 0,55 €…).

Macedonia, terra di nessuno

Gli autolavaggi (autolavazh) la fanno da padroni lungo la via principale che ci conduce al lago Ohrid. Assieme ai vari bunker costruiti da Enver Hoxha. Non fa caldo oggi per fortuna, alcune nuvole grigie spaventano anche quelle poche persone che vorrebbero passare la domenica in riva al lago. Noi facciamo una deviazione rispetto al tracciato previsto, per poter vedere quasi tutto il perimetro del lago allungando il tutto di una sessantina di km. In poco tempo oltrepassiamo senza problemi il confine macedone, cambia la lingua dei cartelli che indicano le direzioni: il cirillico ci costringe ad affidarci solamente al gps. Sostiamo a Ohrid, la caotica cittadina turistica che dà il nome all’omonimo lago: le vie del centro sono piene di turisti, non riusciamo a capire da dove arrivino. Mangiamo una pizza, non buona ma cominciamo a sentire la mancanza di carboidrati, ma mentre mangiamo la nostra attenzione va dritta ai canti bitonali che udiamo dalla vicinissima chiesa ortodossa. Poco dopo sentiamo anche la voce della concorrenza: dalla mosche situata appena sotto la chiesa recita il richiamo alla preghiera delle 13. È inutile sottolineare quanto sia affascinante osservare la convivenza pacifica di due religioni così diverse, è straordinario poter osservare i due diversi credo nell’abbigliamento e sulle facce della gente. Alcuni si fermano a chiacchierare con il pope, il prete ortodosso dalla lunga barba, mentre un gruppo di donne con il velo sulla testa si dirigono alla moschea. Pazzesco. Incredibile anche la vista di tantissime bandiere albanesi lungo la strada, sintomo di tante dispute geografiche che dividono ancora il territorio tra Grecia e Albania.

Nel tardo pomeriggio arriviamo in un hotel/ristorante lungo la strada che taglia il Mavrovo Park: una musica tradizionale ottomana ci accompagna nella sala d’attesa di questa splendida lochescion, un’attrazione etno-turistica che ci pemrette di immergerci nella tradizione bizantina della Macedona. Si chiama Куќа на Мијаците (House of Mijaks), se mai dovreste passare fermatevi anche solo per il pranzo, ammesso che comprendiate il  menù in cirillico. Ci affidiamo ad alcune foto del listino prezzi ordiniamo un paio di piatti tipici (se non ricordo male, un piatto a base di maiale con arancia e una zuppa con peperoni, cipolla e patate); ma incuriositi da altre foto, il cameriere ci promette di portarci quei due piatti tipici per colazione: una fetta gigante di byrek, formaggio cremoso (yogurt), burro fuso, un mix di spezie con peperoncino e del becchime che sembravano dei fiocchi di mais cotti al vapore. No, scusate, dei fiocchi di mais cotti al vapore che sembrava becchime.

Sud e Nord: Niš e Belgrado

Non vedevamo l’ora di fare un po’ di autostrada. Belle le curve, bella l’avventura, bello sudare e far fatica a tenere in piedi tutto l’ambaradan ma l’autostrada è comoda e rilassante. Peccato per la presenza di caselli ad ogni pisciata di cane: in Macedonia, prima di arrivare a Skopje ce ne sono un sacco, uno ogni 7-8 km: si fa presto a passare ma attenzione all’olio perso dai motori di macchine vecchie che c’è sull’asfalto di fronte alle baracche dove si paga il pedaggio. Abbiamo rischiato più di qualche volta di scivolare. In un paio d’ore siamo al confine Serbo, poi altre 4 ore per arrivare a Niš, la città universitaria nota anche come porta tra oriente ed occidente: qui infatti si incrociano le grandi arterie che portano fuori dall’Europa, quella geografica. Arriviamo in hotel fradici e pieni di fango, pranziamo alle 16 con un paio di merendine che si trovano in tutti i balcani; il centro è piccolo ma pieno di gente tamarra perlopiù con t-shirt Versace palesemente false. Le insegne fluo e lampeggianti dei negozi e dei centri commerciali rispecchiano la cultura locale. E a detta dei locali le api sono più cattive: vengo punto sul pollice e fa più male di quello che ricordavo. Nella più vicina farmacia, un cliente, un losco figuro che parla italiano traduce per me il misfatto alla farmacista, che non sapeva nemmeno mezza sillaba in inglese. Mi da dei medicamenti e mi consiglia di andare all’ospedale. Cazzo, sta cosa mi mette una paranoia assurda e per tutta la serata non riesco a pensare ad altro.

Mancano tre giorni al rientro e non vediamo l’ora. Ci lasciamo alle spalle la mattinata passata attraverso le sterminate campagne serbe fino ad intravvedere il traffico fuori dalla tangenziale. Da quanto appreso mi aspettavo di peggio, probabilmente ci sono tante persone in ferie o l’Albania ci aveva già allenati per affrontare il caos. Giriamo 50 minuti per trovare l’alloggio, non riesco ad abilitare il roaming nel cellulare, fuori ci sono almeno 38 gradi e nessuno sa indicarmi dove si trova la via. Il fido TomTom mi porta sempre nel solito punto, ma quel solito punto è collocato in una strada chiusa per lavori, in salita. Gli indigeni mi dicono di farla lo stesso, ma c’è il rischio di cadere negli scavi fatti per sistemare le fognature, oltretutto il fondo è sabbia di mare (si, ci sono pure le conchiglie, non scherzo). Arriviamo in camera sporchi e sudati, quasi sciolti come un gelato, e ad aspettarci c’è un bel bagno separato dalla stanza solamente con un vetro: non è la prima volta che ci succede, e per carità, ormai io e Ambra conviviamo da qualche anno e stiamo insieme da una vita, ma teniamo ancora alla nostra privacy mentre siamo seduti sul wc. Questi architetti del piffero hanno almeno avuto l’intuizione di mettere una tenda oscurante lungo tutto il perimetro: pericolo scampato.

La strada che conduce all’hotel

Rimaniamo a Belgrado un paio di giorni, abbiamo modo di parlare con qualche persona che ci conferma quanto sia diverso il nord dal sud della regione. Le persone si vestono quasi più elegantemente, la città è più pulita e ben tenuta, anche sei musei più importanti distano a 40 minuti di auto dal centro storico. Il caldo è insopportabile, passiamo la maggior parte della giornata in hotel e ci muoviamo al tramonto. Abbiamo modo di assaggiare anche alcune specialità: pancetta stufata, crauti, altra carne stufata, purè di patate, il tutto servito in piatti su bellissimi piatti in terracotta decorati a mano. Il 20 agosto. A pranzo. 38 gradi. Io ho ingurgitato un litro di birra (molto buona) prima di pranzo per reintegrare un po’ di sali minerali persi.

La capitale Serba offre tante attrazioni ai turisti, ma come già scritto in precedenza alcune sono piuttosto distanti, altre invece di poca importanza. Degni di nota la vita notturna il mercato, i palazzi, la passeggiata dentro le mura della fortezza dove fanno bella mostra gli armamenti usati poco meno di vent’anni fa, ora in uso contro ai dinosauri che sostano appena fuori il perimetro. Si, i dinosauri di plastica. Dalla parte opposta si può visitare il tempio dedicato a San Sava, la chiesa ortodossa più grande del mondo: ma ovviamente la troviamo in fase di restauro e dobbiamo anche stavolta accontentarci di visitare la cripta. Assolutamente meravigliosa, rimaniamo abbagliati dai dipinti dorati.

La nostra ultima tappa è l’ex sede della televisione nazionale, famosa per essere stata bombardata nel 1999 dalla Nato per fermare l’allora presidente Milošević. Ma è ora di salutare l’inquinamento, i vecchi tram, la pizza mediocre e i Balcani. A separarci da casa ci sono 800 km che affrontiamo con grande calma passando l’ultima notte in un hotel nelle vicinanze di Zagabria. 

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1 Comment

  1. MJB 22 novembre 2018

    Molto suggestivo

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