Il viaggio in moto da due punti di vista

Grand tour dell’Europa centrale in moto: Vienna, Auschwitz, Cracovia e Budapest

Ha senso girare in moto in Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria?

No, non ne ha, non ci sono curve, non ci sono montagne (a parte in Slovacchia), le arterie fuori dalle autostrade sono messe piuttosto male in alcuni tratti, e il traffico in città con la moto carica di bagagli è poco sostenibile, specialmente nelle capitali.

Però ha un certo fascino. E le persone della campagna si sbracciano per salutarti e mostrarti la loro approvazione: sono talmente poche le moto che passano da quelle parti che è quasi un evento raro. Come quando passa il treno ne “Ragazzo di Campagna”.
Se lo rifarei? Si.

Prima di partire ho fatto rifare quella sella dura dell’Africa Twin: ho trovato un bravo artigiano qui in provincia di Padova che mi ha ricostruito le 2 selle (pilota e passeggero) con la stessa forma delle originali e cambiando il tipo di imbottitura; la sella è anche stata scavata in corrispondenza del coccige, e devo dire che è stata un’idea geniale. Il test di 650 chilometri fino a Vienna con 4 soste ne è stata la prova. Top, veramente.

Da Padova a Vienna, tra autovelox, cantieri e austriaci pericolosi

9 ore di caldo e di autostrada, inevitabili, per arrivare nella prima città che avevamo nel roadbook. Sto aspettando le multe: Dopo Graz, cominciano i cantieri, diminuiscono all’improvviso i limiti di velocità (a 100, 80 e 60 km/h) e gli autovelox spuntano come i funghi. Così come nelle immediate prossimità della caotica capitale austriaca. Forse tutti quei dispositivi sono stati installati a causa dell’agitato stile di guida degli autoctoni… mi ricordavo di abitudini ben diverse oltre confine, almeno in Tirolo e Carinzia. Abbiamo dormito qui due notti, per poter visitare la città di Sissi: non vi sto a raccontare la storia dell’orso, ci sono bei palazzi, belle piazze; e si mangia bene, a patto di trovare ristoranti o pub in periferia aperti dopo le ore 18. Già, perché l’hotel era in periferia, e qui, anche i kebabbari più “nottambuli” chiudono alle 18. Maledizione.

In centro invece, abbiamo trovato molto carina  l’area dedicata al film festival, con tanti chioschi dove poter assaggiare specialità locali o etniche.

 

Oświęcim aka Auschwitz. La Polonia che rifiuta l’occupazione tedesca

Il terzo giorno resuscitiamo dopo la stancante giornata di cammino in terre austro-ungariche e partiamo alla conquista dell’autostrada Ceca sovrastata da enormi nuvoloni che assicurano non poche precipitazioni. A nord di Vienna il paesaggio cambia, la città lascia il posto alle colline disseminate di pale eoliche, mais, girasoli e frammenti di comunismo. E anche enormi pubblicità di “Mattoni”, un marchio che distribuisce acque minerali. E già che parliamo di acque, ecco far la sua comparsa anche la pioggia che ci accompagnerà fino in Polonia (e pian piano anche dentro al mio casco). Ma sono le ore 12, ci fermiamo a mangiare qualcosa lungo la strada: l’inglese incomprensibile del menù ci lascia poca scelta e optiamo per qualcosa che sembra essere commestibile: per me uno spezzatino, penso di orso, su una salsa di crauti, con un paio di fette di budino di verze; per la mia dolce metà invece un paio di fette di arrosto di nutria, con salsa rossastra, accompagnato da panna montata e frutti di bosco. No, a parte i due animali citati, non sto scherzando. Il cameriere ci porta anche un barattolo/tazza di grasso freddo, con cui lubrificare la catena della moto, che i Cechi preferisco shpalmare sul pane. Io non ne ho avuto il coraggio.

Strada e pioggia, pioggia e strada. Per fortuna le autostrade Ceche e Polacche sono nuove e ben tenute. In Repubblica Ceca le moto non pagano l’autostrada; in Polonia invece ho dovuto sborsare ben 5 sloti (poco più di un euro) al casello fuori Katowize. Più o meno come qua in Italia insomma…

Ben diversa è la manutenzione urbana fuori dalle arterie principali, e tra una cunetta e l’altra sembra di guidare sul sapone, non sull’asfalto bagnato. Paura vera. Passata l’Austria, c’è la totale mancanza di motocicli o scooter, ad eccezione di qualche turista: è per questo motivo che non vengono sistemate le strade?

Avevo già settato il navigatore sulle coordinate del B&B, ma volendo cercare indicazioni visive per Auschwitz si rischia di girare per ore senza trovare nulla. Il nome della città è Oświęcim, non quello che tutti abbiamo impresso nella memoria, che è la traduzione tedesca. Sembra che i Polacchi vogliano nascondere/omettere tutti i riferimenti tedeschi al campo di sterminio, nel contempo però ci tengono anche a dire che quello che c’è lì è un campo di sterminio tedesco e che loro non c’entrano nulla.

 

L’industria della morte: i campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau

Oświęcim, oggi, è un piccolo centro ridente ed accogliente. La sera del nostro arrivo abbiamo mangiato due cosette leggere, come da tradizione, in un ristorante poco lontano dal nostro alloggio: A. sceglie le frittelle di patate con salsa all’aglio e funghi, io invece mi accontento di una braciola di maiale fritta nel grasso, con un purè di patate, grasso e aglio e una birra media. 12 euro.

Il mattino seguente, dopo aver asciugato la moto, ci dirigiamo verso i campi di sterminio, quasi invisibili dalla strada fino al momento in cui si nota un muro in cemento che corre lungo la strada.

Ci siamo e ho i brividi. Ho aspettato questo momento da molti anni, da quando in terza media l’insegnante di lettere ci ha fatto leggere “Se questo è un uomo”. Ora lì ci sono piante e cresce l’erba, ci sono un sacco di turisti. Noi attendiamo il turno per poter fare la visita guidata, abbiamo prenotato il tutto direttamente la mattina stessa in loco.

Non voglio raccontarvi i particolari del campo, c’è già scritto tanto (e meglio) un po’ ovunque. Mi soffermo solamente su alcune cose che mi hanno colpito:

  • la guida è estremamente di parte ed è molto ripetitiva, ma è giusto sentire anche l’opinione di un indigeno. Ci racconta alcuni aneddoti che difficilmente si trovano scritti da qualche parte. Sicuramente la prima visita a questo luogo va fatta con un esperto, ma se un giorno ci ritorno voglio fare la visita da solo.
  • Ci sono due file di filo spinato, una volta erano elettrificate. Sai mai che la prima fila non ti uccida abbastanza bene.
  • Sono stati conservati molti oggetti, tra cui scarpe, occhiali ed altri effetti personali. Ma le 2 tonnellate di capelli che si vedono dietro al vetro del blocco 11 fanno paura.
  • Birkenau, il campo dove arrivava il treno con i deportati, è davvero grande e quasi non si vede la fine.

Più che durante la visita, a tutto questo si ripensa a posteriori, rivedendo le foto, raccontando l’esperienza agli amici, vedendo in tv i documentari.

Tutto davvero agghiacciante, ma è un’esperienza che consiglio.

 

Cracovia, il ghetto e la stanchezza

Quarto giorno e metà del viaggio. Tra le tappe avevamo inserito anche la miniera di sale a pochi chilometri da Cracovia, ma la stanchezza ha preso il sopravvento. Le lunghe passeggiate e i tanti km in sella e la pioggia dei giorni precedenti ci hanno portato via le forze.

Visitiamo quindi solamente il centro storico di Cracovia e il ghetto ebraico; grazie al servizio di Uber siamo arrivati in centro in pochissimo tempo e spendendo poco più di 3 euro. Stesso discorso al ritorno, figata unica!

Al solito, se volete conoscere la storia della città potete tranquillamente cercare info su Wikipedia, io invece vi posso raccontare:

  • che è una città molto carina e piena di giovani;
  • che le ragazze polacche sono meravigliose;
  • che c’è un interessante Hard Rock Cafè dove si può acquistare una costosa felpa, considerando che in luglio abbiamo trovato la gradevole temperatura di 14 gradi che non avevamo previsto prima di partire;
  • che il mercato dei tessuti in realtà è un mercatino di souvenir e di pietre d’ambra dove spendere un sacco di soldi;
  • che è meglio mangiare streetfood ebraico piuttosto che in uno dei ristoranti ebraici (si spende meno e probabilmente si mangia meglio);
  • che mangiare e bere in Polonia costa pochissimo, provate a fare un giro in qualche supermercato per rendervene conto;
  • che il quartiere ebraico con il brutto tempo fa proprio l’effetto di un vecchio film polacco.

A proposito dei film polacchi: facendo zapping tra i canali locali, abbiamo scoperto che qui i film sono doppiati male da Dio. Prendiamo ad esempio una puntata di CSI, dove ci sono un sacco di persone che parlano: in sottofondo si sente l’audio originale in inglese, mentre una stessa e unica voce maschile monotonale doppia fuori sincro tutti i personaggi, maschi e femmine, dell’intera puntata. Uguale anche per i film.

Agghiacciante quasi quanto vedere Auschwitz.

 

Dalla SlowVacchia all’Ungheria

Ho ribattezzato così la repubblica Slovacca per due semplici motivi:

  • qui si va piano, molto piano. Non esiste ancora l’autostrada, e i poveri camionisti sono costretti ad affrontare i Carpazi, tra gli insulti dei mezzi che li seguono senza riuscire a sorpassare. E l’asfalto, che si accumula creando dei solchi in mezzo alla strada sotto al peso dei camion, quello fa più paura dei film stranieri doppiati in polacco.
  • Vacche, vacche ovunque. Tutte al guinzaglio, o meglio, ancorate a terra con una piccola catena legata al collo.

Oltre a questo, il lungo attraversamento di oltre 300 km (in 7 ore) è contornato da colline e piccoli paesini di stampo sovietico, dove tutte le case sono uguali e grigie. E poi fabbriche nere e ciminiere ancora più scure, e poi boschi e pioggia.

Si, perché senza pioggia non è divertente sconfinare da un paese all’altro, su fondi stradali sempre più scivolosi. Una volta conclusi gli ultimi 100 km, ed essere passati per il trafficato centro di Budapest arriviamo in hotel, il primo e ultimo di questo viaggio provvisto di garage privato e coperto. Ma era l’unico servizio decente della struttura, tutto il resto era penoso e al prezzo folle di 110 euro a notte  (ho cercato anche il più economico, ma a causa dei mondiali di nuoto e la gara di Formula 1 i prezzi sono lievitati a dismisura, o almeno spero sia quello il motivo). La camera puzzava di muffa, avevamo solamente una presa di corrente per poter caricare auricolari, navigatore, cellulari e macchine fotografiche. La vasca era sporca, le tende oscuranti non oscuravano, e lì alle 4 di mattina il sole sorge puntualmente. C’è lo stesso fuso orario, ma siamo ben più a est dall’Italia.

La stanchezza si fa sentire sempre più e ceniamo in un pub a pochi metri di distanza; ci portano tutte specialità, molto  buone, ma tutte piene di aglio. Birra con aglio, acqua con aglio, pizza con aglio, aglio con aglio. Hanno messo l’aglio pure nel presepe, che abbiamo visto il giorno seguente nel museo etnografico.

Il nostro settimo giorno lo passiamo in centro, camminando sempre troppo pur avendo organizzato le tappe, ma Budapest è davvero enorme, tutta proporzionata ai palazzi e ai monumenti presenti. Anche qui visita obbligatoria all’Hard Rock Cafe, ad un museo e ad un ristorante tipico per assaggiare l’autentico Gulash.

Il pomeriggio passiamo il Ponte delle Catene per spostarci sulla collina, e inesorabilmente io cedo al male: ho proprio sbagliato scarpe e non riesco più a fare un passo. Stremato, con il mio fischio collaudato chiamo un taxi, che ci porta direttamente dentro alla stanza dell’hotel. Sentiamo ormai la fine del viaggio, solamente 800 km ci separano da casa, e io non vedevo l’ora.

 

Occidentali’s Karma: il più grande stupa d’Europa

O almeno, così dicono le indicazioni riportate in loco. Probabilmente l’ispirazione di andare a vedere un luogo sacro così inusuale ci è venuta dopo aver degustato un panino ungherese e un piatto composto da aglio, paprika, paprika, paprika, gnocchi di patate, coscia di pollo, panna acida, paprika e qualcos’altro (penso si trattasse di paprika, o forse aglio). Partenza traumatica dopo la penultima notte quasi insonne: l’idea di procedere ancora in autostrada mi pesa troppo e a metà percorso, non appena vedo le acque turchesi del Lago Balaton, prendo la prima uscita utile.

A. non concorda sulla scelta, soprattutto quando vede che dobbiamo traghettare per raggiungere la riva opposta (io pensavo ci fosse un ponte, il TomTom non è stato chiarissimo). Poi però con pochi soldi e in pochi minuti siamo nuovamente in sella diretti in un piccolo paesino di collina che ospita questa struttura così inusuale per il territorio. Da lontano si vede un tetto rotondo bianco immerso nel bosco, e dopo una manciata di km si raggiunge la strada sterrata (meno di 3 km) che porta al tempio e allo Stupa Zalaszántó. Stranamente meraviglioso, ci sono anche molte persone che meditano o che come noi curiosano qua e là, tra i due chioschetti che vendono souvenir, bastoncini di incenso e collane tipicamente orientali.

 

Ore 11:
A: Con quello che ho mangiato ieri sera non ho proprio fame!

Ore 12:
A: Ci fermiamo a mangiare qualcosa?
F: Ma un’ora fa non hai detto che non volevi mangiare oggi a mezzogiorno?
A: Si, ma adesso ho fame.

 

Poco lontano, ci fermiamo in un ristorante dove i titolari non parlano inglese e il menù è poco comprensibile. Riusciamo ad ordinare una minestra di carne con dei presunti noodles e aglio e una tartar di aglio con un po’ di carne che poteva accompagnare solo. Non so se dovessero uccidere la bestia di cui mi sono nutrito, ma ci hanno messo più di un’ora per portarci da mangiare; e non contenta, A. ha ben pensato di ordinare anche il dolce. Altri 40 minuti di attesa: probabilmente avevano smarrito le istruzioni di montaggio della panna. E tra i saluti dei contadini riusciamo finalmente a raggiungere la Slovenia, a mangiare una pizza, a prendere la nostra pioggia quotidiana e a dormire in un giaciglio adatto ai puffi: le mie gambe uscivano dal materasso di 20 cm buoni, il letto era troppo stretto per due persone e uno dei due lati era concavo verso il centro. E anche qui c’era solamente una presa di corrente dove poter infilare le dita.
Ah, la pizza non aveva l’aglio.

 

Il rientro in Italia durante la settimana più calda degli ultimi millenni (fonte: Studio Aperto) non è stata gradevole, e ora in ufficio il climatizzatore è rotto. Per fortuna che l’azienda per cui lavoro, qui in Veneto, è riconosciuta come la specialista del fresco.

 

Tutto molto interessante.

Next Post

Previous Post

Lascia un commento

© 2011-2017 Due In Sella


Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.