Il viaggio in moto da due punti di vista

Sicilia in moto

Chissà cosa mi passava per la testa quando ho deciso di andare in Sicilia in moto. L’idea di andare in ferie da qualche parte  balenava da un po’ di tempo, e volevo fare un regalo ad A. per la sua recente laurea: ho chiesto a lei di decidere la destinazione mettendole sul piatto le due grandi isole italiane. Da neo-archeologa ha optato per la Trinacria vista la grande quantità di siti interessanti da poter visitare.

E così sia.

 

Primo giorno
Ovviamente ho dovuto insistere un pochino per convincerla ad usare la moto, ma se non facciamo ste cazzate finché siamo giovani, quando le facciamo? I km per raggiungere il traghetto che parte da Civitavecchia non sono pochi, e la non abbiamo voglia di attraversare l’Italia intera per arrivare. Siamo sbarcati a Termini Imerese quindi martedì mattina da dove è iniziata letteralmente l’avventura: sapevamo che la guida nel sud è diversa da quella del nord e che le condizioni dell’asfalto non sono proprio buone, ma fin dal primo minuto capiamo subito che le nostre aspettative erano troppo ottimiste. Anche il meteo non era proprio dalla nostra parte ad essere sinceri e tra una nube ed un’altra, il tempo necessario per abituarsi a questo nuovo codice della strada, raggiungiamo Cefalù.

Il traffico mi fa subito impazzire, ci sono macchine parcheggiate dove non dovrebbero, scooteristi senza casco che ci sorpassano a destra e a sinistra mentre siamo fermi in colonna, forze dell’ordine che fanno finta di niente ma che mi rimproverano di aver parcheggiato la moto in un parcheggio per disabili dove erano presenti già altre moto (la segnaletica non era molto chiara, c’erano le strisce di entrambi i colori e quella gialla era la più smarrita).

Vabbè, facciamo un paio di giri intorno all’isolato, parcheggiando poi al lungomare. Ufficialmente la nostra visita turistica inizia da qui, dove iniziamo ad assaporare la gente, i colori, le opere d’arte e anche il cibo. A piedi ci si muove decisamente meglio e tutti girano più lentamente. I negozi di souvenir abbondano, ogni tanto si sente anche quella musica tipica suonata dai flauti (ovviamente la musica proveniva dai lettori cd).  A mezzogiorno scatta puntualmente la fame e quindi anche la ricerca di un posto dove mangiare qualcosa di tipico: fortunatamente tutti i ristoranti propongono menù caratteristici oltre che ai soliti piatti da turisti giapponesi. I cenni storico-artistici su Cefalù i trovate da quale altra parte, io non so fare questo lavoro.

Finito il pranzo ci muoviamo in direzione di Bronte, la terra dei pistacchi, attraversando il parco dei Nebrodi che tocca (e non ce lo aspettavamo proprio) i 1800 metri: la temperatura diventa più rigida e nel frattempo le nuvole aumentano obbligandoci ad indossare gli antipioggia. La strada è bella e piena di curve e all’inizio si affaccia sul mare, poi attraversa un paesino pieno di vie a senso unico e con pendenze impegnative, poi si sale ancora, poi si comincia a scendere attraverso la lunga discesa. All’improvviso sbuca l’Etna coperto dalla neve e dalle nuvole. E con le nuvole arriva la pioggia che ci accompagna da Bronte, dove ci siamo fermati ad acquistare le specialità al pistacchio, fino a Ragalna dove ci ha accolti Rosetta.

La sera siamo stanchi, le aspettative sono venute meno un’altra volta incontrando le montagne: ci eravamo immaginati una Sicilia più collinare. A coccolarci a cena ci pensa Rosetta con la sua cucina ed una tipica ospitalità del sud, alla quale non siamo abituati: volevamo mangiare poco per star leggeri ed invece ci siamo trovati di fronte a porzioni troppo abbondanti di antipasti e primi, ovviamente piatti tradizionali.

 

Secondo e terzo giorno
Durante tutta la notte c’è stata una forte bufera di vento, e purtroppo la mattina seguente il maltempo era sopra le nostre teste e  soprattutto sul vulcano che ci eravamo programmati di poter vedere da vicino. Non ci resta che fare una passeggiata in quel piccolo paese grigio scuro, colore tipico delle case costruite con i mattoni scuri, come in tutta la zona ai piedi dell’Etna; nel primo pomeriggio tra un raggio di sole e una nuvola invece visitiamo un vicino centro commerciale, forse l’unico così “grande” in tutta l’isola. Chilometro dopo chilometro ci accorgiamo delle troppe buche nell’asfalto, delle erbacce che coprono i lati della strada e dei tanti rifiuti che vengono abbandonati tra le erbacce e i fichi d’india: è una Sicilia di cui non si parla questa e che ci sta purtroppo deludendo.

E come se non bastasse la pioggia a rovinare le vacanze, io mi sento poco bene, a causa di alcune fitte allo stomaco causate forse dal cibo o forse da un po’ di tensione accumulata nei giorni precedenti alla partenza. Il dolore è così forte da costringermi a letto per un altro giorno facendoci così annullare l’itinerario di sud-est che avevamo pensato.

A colpi di “acqua bollita”, minestra e medicinali riesco a rimettermi in sesto il pomeriggio del terzo giorno, e anche se con poche forze affrontiamo il vulcano. Man mano che si sale, i colori del paesaggio si scuriscono, contrastando il blu del mare che bagna Augusta e che si intravede ad ogni tornante rivolto ad oriente. A bordo strada ci sono molte strisce di lava solidificata, e in un punto si può osservare pure una casa travolta completamente da una colata di qualche anno fa. Arriviamo in un attimo al Rifugio Sapienza, da dove parte la funivia che porta al cratere centrale grazie all’aiuto anche di mezzi fuoristrada nell’ultimo tratto, peccato costi 60 euro a persona questa gita, e noi purtroppo dobbiamo rinunciare. Ci accontentiamo di salire a piedi sui crateri silvestri e di farci un tour dei piccoli negozi attorno al parcheggio per comprare qualche souvenir per chi ci aspetta a casa. La strada che scende verso Zafferana Etnea è un lungo serpentone di curve che tagliano il terreno nero nascosto dalle nuvole. Bello, almeno questo ci tira su il morale.

 

Quarto giorno
Dopo la terza colazione da Rosetta, a base di pane fatto in casa, frittelline fatte in casa + marmellate di mandarini/more/fichi fatte in casa + crema di pistacchi fatta in casa + tanto tanto amore, ringraziamo della cortesia e della gentilezza e delle cose buone che ci ha fatto mangiare, e finalmente a riusciamo a ripartire per il tour che avevamo in mente. E’ il turno di Piazza Armerina e della villa romana che custodisce i tanti splendidi mosaici che si sono perfettamente conservati, peccato però le erbacce alte nel parco attorno al museo (visto anche il prezzo del biglietto). Poi il pomeriggio ci siamo spostati ad Agrigento, prima per la pausa pranzo (2 splendidi panini che ci ha preparato Rosetta) e poi per visitare la Valle dei Templi, che fortunatamente è tenuta già meglio.

La particolarità del viaggio di questa giornata, sta che per raggiungere le due mete citate, abbiamo dovuto macinare un bel po’ di strada, attraverso l’autostrada gratis che taglia a metà la provincia di Enna. Ettari ed ettari di colline e di campi incolti, cosa che a due veneti come noi fa un po’ riflettere; tutta la zona però e decisamente gradevole e ricca di colori tra cui il verde dell’erba, e il giallo e fucsia dei fiori. E tra le tante colline sbucano molto spesso anche tante pale eoliche. In quella natura incontaminata ci sono anche le pecore e i pastori che transitavano in mezzo alla strada: siamo dovuti passare in mezzo alle pecore che brucavano l’immondizia lungo una strada. Che roba…

Nel tardo pomeriggio siamo scesi dalla collina abbiamo fatto anche una passeggiata al lungomare di Agrigento che traboccava di persone accorse ad una festa paesana (penso), con le giostre e tutto il resto. Quando ci siamo affacciati per vedere il mare ci siamo accorti che il Mediterraneo non puzza come l’Adriatico di Chioggia, non sa di pesce! Anzi, non ha nessun odore quel mare, e ha un colore bellissimo.

E dal mare proveniva anche la cena, dalla materia prima alle origini di questo piatto: cuscus di pesce, delizioso. Per non parlare della cassata.

 

Quinto giorno
La colazione nel terrazzino del B&B lascia poco spazio ai dubbi e il maltempo si cala subito su di noi. La pioggia arriva in un battibaleno, rovinandoci il programma odierno. Ma noi non eravamo già decisi che la nostra prima meta doveva essere la Scala dei Turchi, poco lontano da noi. Il luogo è veramente incantevole, con le nuvole grigie forse ancor di più, peccato che per raggiungerlo siamo dovuti passare nel fango e nella spazzatura. Che palle!

Una volta ripartiti, fortunatamente è uscito un timido sole e abbiamo schivato la pioggia, che vedevamo a due passi da noi. La strada che porta da Agrigento a Marsala è lunga ma semplice, e in poco tempo raggiungiamo la zona delle saline. La nostra entrata nella città del passito è stata scioccante, ci siamo ritrovati immersi in una città mediorientale con le case basse dal soffitto piano, tutte colorate di giallo/arancione e piuttosto diroccate. L’influenza della conquista di quel territorio da parti degli arabi nell’800 si nota ancora oggi, e rende il centro abitato unico nel suo genere. Ci siamo fermati in un piccolo negozio di alimentari per acquistare il nostro pranzo e con meno di 5 euro (in 2) ci siamo pappati delle deliziose focacce. Abbiamo colto l’occasione per chiedere al titolare di indicarci la strada che porta alle famose saline, che si trovano sul lungomare.

Il vento soffiava forte, non è stato facile governare la moto con tutti quei bagagli, ma in pochi minuti siamo riusciti a parcheggiare e a gustarci quei meravigliosi mulini a vento. A due passi dal parcheggio, oltre ai souvenir c’è la possibilità di salire su una delle barche e farsi trasportare sull’isola di Mozia, per visitare il museo archeologico dove si trovano parecchi resti del popolo fenicio. Anche qui però le condizioni non sono delle migliori e dentro alla villa della fondazione che ospita il tutto, è in condizioni poco ospitali per i turisti: la polvere sulle teche dell’esposizione è tanta, i vetri sono sporchi, le aree esterne coperte sono infestate dalle rondini, quelle esterne non coperte sono piene d’acqua. Io e A. siamo rimasti a bocca aperta, stupefatti dall’incuria di questi siti.

Nel frattempo si stavano accumulando anche le nuvole in cielo, e quindi scappiamo in direzione dell’ultimo B&B della nostra avventura. Per la cena avevamo optato per il vicino centro di Paceco, un paesino tipico siciliano (dove ci sono i ragazzini che giocano a pallone a tutte le ore e in tutte le vie e  i mariti calano con una corda il cesto dal terrazzo per passare degli oggetti alla mogli che li ricevono sul marciapiede sotto casa) dove finalmente siamo riusciti a gustare un cannolo buonissimo, a fare la spesa, e a cenare con parecchia pastasciutta con tanto pesce.

 

Sesto giorno
Ultimo giorno sull’isola, anzi mezzo. Durante la settimana è arrivato un sms da parte di GNV che ci avvisava della partenza anticipata di 3 ore del traghetto dal porto di Palermo. Con il poco tempo rimasto, anche su consiglio di un caro amico, ci siamo diretti a Monreale, attraversando l’ultima montagna della nostra vacanza. Una bella strada tutta curve porta verso la cittadina, dove abbiamo visitato il duomo e i magnifici mosaici bizantini in oro che ci hanno lasciato a bocca aperta. Chi dovesse andare in Sicilia non se li deve perdere assolutamente. Questi e l’Etna.

Panino al volo, e granita siciliana: non potevamo tornare a casa senza aver assaggiato questa prelibatezza decantata in tutto il mondo!

Il porto dista 15 minuti da noi, eravamo un po’ in anticipo per il check-in, e prevedendo la difficoltà di girare nella città capoluogo siamo partiti con un po’ di timore: ben presto ci siamo trovati nel traffico palermitano, dove le regole della strada non esistono più. Avevo mille occhi su tutto e su tutti, i semafori vengono spesso ignorati e gli scooter tendono spesso a tagliare la strada a tutti, tanto che ho rischiato pure io di venire preso in pieno da un ragazzino che voleva proseguire dritto mentre io stavo svoltando a sinistra. Nel traffico abbiamo visto anche un’autentico carretto sciliano! Poi verso il porto dove la strada è a due corsie per senso di marcia, tutti vogliono passare e le corsie diventano improvvisamente 3 e addirittura 4. Altri 5 minuti e tra poco scendevo e spingevo la moto a piedi. Non ce la facevo più ed ero incazzato sul serio. Non ho mai trovato così tante difficoltà nel guidare una moto. Se poi aggiungiamo che per la strada non ci sono neppure le indicazioni…

Riusciamo a raggiungere il porto indenni, il traghetto sembrava essere puntuale, ma ci siamo imbarcati con più di un’ora di ritardo, e noi poveri motociclisti eravamo sotto alla pioggia. Una volta a bordo ci accorgiamo della sporcizia della camera, della doccia e di tutto il resto (molto peggio dell’andata). E per non farci mancare nulla, avevamo anche il mare mosso durante tutta l’attraversata, che ci ha causato non pochi disturbi…

Una volta scesi a Civitavecchia ci aspettava una lunga giornata in moto, sotto la pioggia costante che poi è peggiorata in un temporale violento appena arrivati nella nostra terra natia. Nei tanti chilometri percorsi nel maltempo, ci siamo fermati in un autogrill tra alle porte di Arezzo, dove siamo stati travolti (noi e altri 3 bikers presenti nel parcheggio) da un’orda di turisti cinesi che hanno cominciato a fotografare noi, la nostra vestizione con gli antipioggia, le moto, e loro stessi appoggiati a noi e alle moto. Popolo strano.

 

Non vorrei tirare delle somme, mi limito a dire che la Sicilia va visitata e vissuta a fondo. Le differenze rispetto a noi del popolo dei polentoni sono troppe e non si possono elencare. Le vacanze sono state un’avventura, il più delle volte con l’angoscia e con la paura di cadere (con le ovvie conseguenze) date le condizioni del manto stradale. Non è stato per nulla facile, ma è stato davvero interessante.

 

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