Il viaggio in moto da due punti di vista

Sardegna in moto

Ne ho tanto sentito parlare da amici, che ormai ci son stati 10/20/30 volte, che la Sardegna in moto è meravigliosa. Non mi sono mai informato prima da loro né in internet: pensavo e immaginavo fosse per le spiagge e l’acqua incredibilmente bella. E pensavo bene, per questo motivo è un paradsiso naturale; ma la vera motivazione sono le strade, che si snodano per km e km di curve e curve e curve. L’asfalto è in condizioni ottimali ovunque, la carreggiata è ampia e non c’è praticamente traffico. Io non sono uno smanettone/stradista, ma devo ammettere che mi sono divertito un sacco, anche con la moto carica di bagagli e zavorrina al seguito (che quest’anno mi ha accompagnato per oltre 9000 km!).

 

UNA STAGIONE MEDITERRANEA
La Sardegna era una meta alternativa alla Sicilia che abbiamo affrontato a fine aprile; ci doveva essere la Francia a luglio, ma non avendo potuto organizzare le mie ferie con quelle di A. in quei giorni di inizio estate, mi sono convinto (e c’è voluto molto poco) di girare l’altra grande isola del Mediterraneo. Fanculo ai soldi, si è giovani e forti una volta sola!
Dopo aver visto tutti i colleghi in ufficio che partivano e che rientravano dalle loro vacanze, facendomi invidiare le consuetudini estive dell’italiano medio, molto molto lentamente è arrivato il mio turno: il giorno 1 settembre il traghetto ci aspettava a Livorno. Anzi, noi abbiamo aspettato il traghetto che è arrivato con 3 ore di ritardo a causa del mare mosso. Uffa.

 

BUIO, NATURA E INCENDI
Mi avevano detto anche che era meglio non girare di notte in Sardegna, ma non mi aspettavo che non ci fossero nemmeno i lampioni e che la strada fosse tutta curve già dall’inizio. Dopo essere sbarcati all’una di notte e aver corso per 20 minuti, troviamo l’hotel dove avevamo prenotato per la prima notte; la luna che spunta dal monte ci faceva intravedere la silhouette morbida di quello che ci aspettava durante le “vacanze”, e il profumo ci accompagnava in quel calore notturno a cui non eravamo più abituati. La mattina seguente ci svegliamo troppo presto a causa del traffico: poco male visto che la strada verso Alghero e poi verso Santadi è piuttosto lunga.
Passato qualche km chilometri dopo Olbia, ci ritroviamo in un paesaggio colorato di giallo, verde e arancione, tagliato a metà dalla statale 597 e dalla 291, dove per la prima volta possiamo ammirare i tanti sugheri, decine di pale eoliche e la forma strana dei monti che contornano il tutto. Purtroppo all’altezza di Sassari, un incendio ad un bosco rallenta la nostra corsa: all’interno di una galleria si era accumulato un sacco di fumo, tanto da respirare e vedere a fatica; pian piano e seguendo la debole luce dei fanali delle macchine che ci precedevano riusciamo ad uscire (e a tossire via quel fumo).

Alghero ci aspettava, con il porto, il centro storico e con l’acqua azzurra: il nostro primo contatto visivo con la famosa acqua del mare sardo! Noi siamo abituati allo squallore delle verdi acque stagnanti e puzzolenti della laguna veneta, e vedere una realtà così diversa è veramente strano. Ma giusto il tempo di visitare velocemente la cittadina in cui Giuni Russo voleva andare in compagnia di uno straniero, e subito ripartiamo alla scoperta di un famoso tratto di strada, tutto in costa che porta fino a Bosa: wow, che splendore! Una curva dopo l’altra, con il vento in faccia e il mare di fianco che compare e scompare tra una collina ed uno scoglio. E poi quelle piccole casette sugli scogli, in mezzo al nulla e con dietro al mare… Quasi quasi me ne vado ad abitare lì, in una di quelle.

Il resto del pomeriggio procede tra uno scoglio e una statale, fino ad arrivare ad un deserto che poi si apre su un bosco di arbusti in una strada tutta curve, la SS 297: A. non ne può più, e a dire il vero nemmeno io; ci fermiamo da un benzinaio (tipicamente sardo, di quelli bassi, pelosi, con la pelle abbronzatissima e con il volto di pietra) per riposarci un po’… ed eravamo a soli 11 km dal b&b, a Santadi. Chiaramente, quando stavamo cercando proprio il b&b, il GPS a cui avevo fatto affidamento tutto il giorno si scarica a 2 km di distanza, lasciandoci al nostro intuito e alle informazioni dei pochi negozianti.

 

DOVE DIAVOLO SIAMO FINITI?
Non nascondo il mio errore nel prenotare un b&b in una località poco lontana da Piscinas: peccato io intendessi la “Piscinas” quella della spiaggia e del guado. In Sardegna invece, secondo “booking.com” era ovviamente quella in provincia di Carbonia-Iglesias… Vabbè, poco male, la struttura dove abbiamo soggiornato per 5 notti sembrava accogliente (sì, 5 notti di seguito, stavolta senza cambiare b&b/hotel), disperso nella natura, pieno di cani e gatti, solamente con un lampione davanti al cancello d’entrata. Ma soprattutto c’erano Arianna e Marco.

Dopo tutta la strada fatta i giorni precedenti, ci meritavamo una giornata di relax al mare, cosa che di solito non facciamo mai. A Porto Pino invece ci godiamo tutto il sole e tutto il caldo che quest’estate, in Veneto non c’è stato; mentre facevamo colazione, Marco ci ha consigliato questa magnifica location per passare la giornata, aggiungendo la parola magica “sterrato”: per raggiungere la spiaggia infatti è necessario percorrere una strada bianca (gialla in questo caso), bagnata dallo stagno che precede il mare. Lì ci troviamo pure i fenicotteri e da lontano si comincia pure a vedere la bellezza delle dune bianche. Poi si parcheggia e si fa un altro tratto a piedi, fino a vedere gli ombrelloni di quel piccolissimo stabilimento, affacciato sull’acqua azzurra e trasparente, contornato dalla spiaggia in sabbia bianca. Come la nostra Sozzomarina.

La cosa che ci ha più colpito, è il rispetto di questi luoghi, dove il cemento, l’asfalto, le case e le strutture alberghiere non possono esserci se non a qualche km di distanza. Magnifico. E più proseguiamo nel nostro tour, più ci addentriamo in questa filosofia vincente.

 

NURAGHI E GUADI
Eravamo in Sardegna per 2 motivi: A. per l’archeologia, io per provare un guado. E in un solo giorno siamo riusciti a spararci 350 km, andando a Barumini a visitare il sito archeologico protetto dall’Unesco, dove la guida ci ha fatto scoprire il complesso nuragico in tutti i suoi aspetti. A pranzo abbiamo assaggiato anche dei piatti tipici, i “culurgiones” (ravioli con il ripieno di patate) accompagnati con sugo al pomodoro e menta e da un’altro a base di capra e mirto. Nel pomeriggio ci siamo catapultati a vedere le vecchie miniere di Montevecchio per poi seguire per la strada lungo la bellissima Costa Verde (la preferita dai sardi, sembra) per inoltrarci lungo la “pista” di sabbia che porta alla spiaggia dove sfocia il fiume rosso, il Rio Piscinas. La colorazione delle acque è dovuta ai reflui di cadmio, piombo, zinco, nichel e mercurio raccolti proprio da quelle miniere abbandonate. Nella stessa spiaggia ci sono anche le dune vive più alte d’Europa, che superano i 100 metri di altezza.

La pista di sabbia si addentra sempre di più verso le dune, la presenza dell’uomo è minima, ci sono solo delle indicazioni stradali, visto che si tratta di una provinciale, che dicono di fare attenzione al guado. E all’improvviso la discesa e il fiume rosso. A. scende dalla moto, un po’ per paura e un po’ perché voglio che mi scatti qualche foto che immortalino questa impresa eroica, fatta con una moto senza elica. Faccio un paio di giri, per essere sicuro che la mia dolce metà scatti un numero sufficiente di foto, per averne una di carina (guardandole poi, erano tutte belle). Lei risale in sella, e continuiamo per la nostra strada fino ad un altro guado: cazzo, questo non sapevo che ci fosse! Ed è pure alto, e sembra difficile. A. scende nuovamente dalla moto e prosegue a piedi, io cerco di percorrere la via meno profonda, ma con le rocce più alte: la moto mi stava cadendo, in qualche modo sono riuscito a sostenerla, ma nel frattempo la ruota anteriore si era incastrata tra 2 pietre piuttosto acuminate. Temevo il peggio, avevo paura che si tagliasse il pneumatico. Un po alla volta, con i piedi in acqua e accelerando dolcemente, son riuscito a portar fuori dall’acqua il mio cavallo d’acciaio. Gli stivali hanno tenuto fede alla loro impermeabilità (grazie Alpinestars, e grazie GoreTex), io invece ero completamente sudato.

Avventura ripagata una volta arrivati nelle vicinanze della spiaggia: le tracce delle rotaie consumate dal tempo e dalla ruggine, insieme ai piccoli vagoni per trasportare il materiale scavato in miniera sono fantastici, da vero far west. La pista di sabbia poi continua per qualche altro km, fino a raggiungere l’ultimo scheletro di un edificio ad uso direzionale della miniera, ad Arbus. La nostra strada prosegue poi verso la mitica e bellissima SS 126, per poi svoltare per vedere il famoso scoglio Pan di Zucchero, ma ormai le emozioni più grandi della giornata la avevamo già provate, tutto il resto è noia. No dai, bello tutto, anche la vista su Nebida, con la costa che si colora sempre più di arancione, segno che la  giornata è al termine. Anche le forze di A. sono giunte al termine.

 

ANCORA RELAX E ARCHEOLOGIA
A. aveva bisogno di rilassarsi e riposarsi, e dopo una giornata di avventure se lo meritava: gli itinerari che avevamo pensato erano tutti estremamente più semplici. Un giorno siamo andati a Cagliari a visitare il museo archeologico passando per la costa sud, a Teulada (consigliatissima la strada), un’altro giorno siamo andati in un altro sito archeologico a Montessu, poco lontano da dove alloggiavamo; nel tempo libero abbiamo girato completamente l’isola di Sant’Antioco e poi abbiamo finito per arrostirci in spiaggia. La mia abbronzatura prevede di avere il corpo abbronzato e le mani bianche, ed è molto semplice ottenere il risultato indossando i guanti da moto, e girando tutto il tempo con il giubbotto senza maniche… Un segno ormai immancabile, in ogni estate motociclistica!

Il traghetto per il ritorno parte da Olbia, e l’ultimo giorno ci aspetta l’ultima fatica: il Gennargentu. Non prima però di salutare e ringraziare Arianna e Marco del b&b Nuraximannu, per le incredibili colazioni e per le tante chiacchierate mattutine e serali.

 

IL GRAN FINALE
Salutiamo a malincuore la Sardegna del sud per inoltrarci con qualche difficoltà nel Gennargentu: la SS 131 è interrotta da un cantiere e il navigatore ci fa ripetere più volte la stessa strada, fino a quando un po di logica umana prende il controllo. Carta geografica alla mano (quella cosa grande grande piegata più e più volte, fatta di carta) e via, a raggiungere paese dopo paese, la montagna e la natura, ancor più selvaggia. Un centro abitato dista uno dall’altro anche più di 30 km, di sole curve, nella più totale assenza di civiltà, se non fosse per l’asfalto. Non ho fatto nessuna foto, voglio rifarlo un giorno o l’altro… La fatica dei tanti chilometri fatti i giorni precedenti è tanta, e l’aggiunta di quei 350 non sono stati di certo una scelta saggia. La sera avevo dei formicolii ad entrambe le mani, ed A. non riusciva più a camminare. La notte ad Olbia abbiamo dormito poco, e la mattina successiva il traghetto, tanto per cambiare, era in ritardo di un’ora. Siamo rientrati tristemente a casa nostra dopo altri 300 km, finendo in un grigio tramonto padano.

 

Non sei tu, è la terra che ti sceglie con i silenzi, i profumi, i colori che ti senti addosso.
Ti senti sempre osservato da qualcuno, come se da un momento all’altro ti spuntassero una banda di Indiani da dietro la collina.

Fabrizio de Andrè

 

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3 Comments

  1. Mattia Imperatore di Carbonara 13 settembre 2014

    si vabbè sei un copione… 3/4 di foto sono uguali a quelle fatte da me! Dov’è finità la dignità ?

    • Infiammabile 16 settembre 2014 — Post Author

      Eri finito in spam, comunque io non sapevo dove eri stato tu. L’unica foto che mi ricordo è quella dei vagoni a Piscinas.

  2. Mattia il fu Imperatore di Carbonara 14 febbraio 2017

    È vero! Ora ricordo… riletto con piacere comunque.

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