Il viaggio in moto da due punti di vista

Giro dei Sei passi in Svizzera

Non so più se sia un bene o un male, per me, seguire fanpage di riviste e viaggi in moto sui social network: ogni volta che vedo qualche post con foto di paesaggio+moto il mio cervello comincia ad elaborare e pianificare il “quando” e il “come” partire.

Ho una to do list lunghissima ormai, sempre aggiornata, ma con troppe poche spunte. Le considero tutte mete di seconda importanza: dato l’eterno maltempo di quest’anno, preferisco dedicarmi a viaggi più importanti. Un obiettivo su tutti, programmato ormai da molti mesi, è in Svizzera e si tratta del “Giro dei Sei Passi, che si fanno tutti uno dopo l’altro” come lo ha descritto perfettamente Mario Ciaccia (il fotografo/motociclista di una nota rivista del settore) che tanto mi ha fatto desiderare questo giro in moto nella Confederazione Elvetica.

Ho provato a coinvolgere qualche amico motociclisti un sacco di volte, senza ottenere una risposta affermativa (non tutti riescono ad affrontare l’idea di passare più notti fuori casa, in moto). Ho tentato di corrompere più volte anche A. che non voleva fare questo giro troppo impegnativo, poi lei non ha saputo resistere.

 

L’AVVICINAMENTO ALLA META
Nelle fredde serate invernali, il mio passatempo preferito è quello di programmare e pianificare l’itinerario, calcolando km e tempo di viaggio, e ovviamente il percorso da fare. Da un po’ di tempo, mi è passata la voglia di spaccarmi di chilometri e quindi fisso sempre un tetto massimo a 400.

Il Canton Vallese non è proprio dietro l’angolo, quindi la prima meta è Domodossola vista la comoda posizione a pochi chilometri dal confine Italiano, che ci permetterà poi di scalare subito le montagne.

A Domodossola, aspettavo di trovarmi di fronte ad un monumento enorme fatto a “D” di Domodossola, ma non c’era nulla a riguardo: tutti citano sempre la “D di Domodossola”, mi sembra strano che nessuno ancora abbia pensato a costruire una “D di Domodossola” enorme.

Ad aspettarci invece c’era un 15 agosto che ha lasciato semideserto il centro della cittadina, dove abbiamo fatto quasi fatica a trovare un bar o una gelateria aperta. Giro veloce, foto di rito ad alcune vecchie case e poi via verso il Sacro Monte Calvario, uno dei siti facenti parte dei “Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia” protetti dall’Unesco, dove troviamo un convento ed una chiesa a pianta ottagonale e 12 cappelle che ricordano la via Crucis.

La sera alloggiamo in un hotel a pochi chilometri da Domodossola, dove la sera rimaniamo in compagnia di Gatto Bianco (un gatto bianco), Marina la titolare dell’hotel, la signora Pina che è originaria da Foggia ma abita ad Erba (è non è lì per trovare l’erba sulla faccià della gentè), e i kebabbari egiziani della pizzeria d’asporto dall’altra parte della strada. Sembra più l’inizio di una barzelletta, che non un post…

 

I SEI PASSI
In realtà i sei si sono trasformati ben presto in sette, subito dopo la frontiera ci si trova davanti alla enorme strada che porta al SimplonPass, o Passo del Sempione. Stradone pazzesco, asfalto che sembra colla, paesaggio incredibile: peccato per i limiti di velocità! Sul passo faceva molto freddo e A. comincia a tremare e a indossare l’antipioggia impermeabile, io intanto scatto qualche foto e mi precipito a prendere l’adesivo*. Abbiamo poco tempo, dobbiamo subito scendere e percorrere più di 100 km per raggiungere il Passo della Novena (Nufenen), attraversando lentamente i tanti paesini del canton Vallese. Poi finalmente il bivio a destra, verso quella montagna innevata.

Il percorso quindi forma una “S” e nel giro di poco meno di 200 chilometri si riescono a percorrere tutti i passi, in ordine: Nufenen, San Gottardo, Furka, Grimsel, Susten, Oberalp. Si inizia a salire velocemente, e il freddo si fa sentire sempre di più: una volta sulla cima, ci aspettano 10 cm di neve fresca, lì sui tavoli della terrazza del rifugio, mentre all’interno ci aspettavano il consueto adesivo e un paio di tazze di cioccolata calda. “Cioccolata” si fa per dire, non è densa è cremosa come la nostra, la Caotina assomiglia più alla polvere Nesquick. Alle ore 12 del 16 agosto, c’erano 4 °C.

Il tempo di riscaldarci e poi via veloci verso il vicinissimo San Gottardo, che purtroppo abbiamo affrontato con la strada a pagamento (serve la vignetta**) e non attraverso la storica strada in pavé: peccato, sarebbe stata bella. Mi accontento di percorrere un paio di km su quel tipo di fondo, dal lago fino alla strada principale che va verso il Furka.

Sul Furka ci sono 2 tappe obbligatorie: la prima è la panoramica che mostra la strada al completo, la seconda è la terrazza panoramica sul ghiacciaio Rodano e la breve passeggiata all’interno del ghiacciaio. Bello, bellissimo! Costa solamente 6 euro, tutta la fatica e il freddo fatti finora valgono quello spettacolo. Da lì a pochi minuti, il cielo comincia a scurirsi e  il nevischio ci fa preoccupare.

Via di corsa verso il vicino Grimsel, alla fine della strada che attraversa le due montagne vicine. Intanto il nevischio cessa, ma lascia spazio alle nuvole nere e alla stanchezza. Una volta arrivati sul passo compio il solito rituale fotografico per immortalare il serpentone visto dalla parte opposta, e acquisto l’adesivo; poi arriva l’indecisione di terminare il percorso programmato: la strada da fare è ancora molta e la stanchezza si fa sentire, ma A. sempre più infreddolita, mi sorprende e mi incita a continuare.

Il GPS segna 60 km e più di 2 ore di percorso per arrivare a Disentis dove dovremmo passare la notte: la discesa comincia ad allungarsi verso la vallata che conduce al Susten, la strada scende vicina alle dighe fino a raggiungere l’incrocio che da Innertkirchen porta al penultimo passo, coperto dalle nuvole; comincia la salita e comincia a piovere, rallentando la nostra marcia. La mia dolce metà, che era già impermeabilizzata da ore, minacciosa mi costringe a fermarmi e ad indossare il completo antipioggia, ormai inseparabile compagno di viaggio di quest’anno. Qualche minuto più tardi siamo sul piazzale del valico, circondati dalle nuvole e dal grigiore del paesaggio che non riesco ad immortalare; non mi resta che entrare nel rifugio pre acquistare l’adesivo, e sbattere con il casco (indossato) sullo stipite della porta d’entrata, e guadagnarmi il rimprovero in tedesco della corrucciata e cattiva proprietaria (“la suggerirò per il ruolo di kapò” – cit.).

Lungo la discesa esce un timido raggio di sole, che ci accompagna solamente fino alla metà della salita successiva; sul passo ci aspetta un faro, di quelli da porto, con la luce rossa. Intanto A. comincia a preoccuparmi, è stanchissima, arrabbiata e ha la pressione bassa – non riusciamo a comunicare, gli auricolari nel frattempo si sono scaricati. Io entro nell’ultimo rifugio per acquistare l’ultimo adesivo mentre lei rimane fuori, facendomi capire che non ce la fa più. Intanto il navigatore Sygic (app per Android, funziona off-line ed è comodissimo all’estero – l’interfaccia utente lascia un po’ a desiderare) segna che mancano 25 interminabili minuti per fare i 20 chilometri che ci separano dall’arrivo nel b&b. Nel frattempo per fortuna smette di piovere e alla fine della discesa riusciamo a scorgere l’abbazia di Disentis, segnale inequivocabile della fine della maratona odierna.

 

IL GIORNO DOPO
Prima di andare a dormire, chiedo ad A. le sui intenzioni per il giorno dopo, facendole vedere la carta geografica e il percorso su Google Maps e i 460 chilometri che ci aspettano per tornare a casa: lascio a lei la decisione, io son già soddisfatto dell’obiettivo raggiunto. Non è ancora giunto il periodo per noi di andare in ferie, questo implica che il giorno dopo del arrivo a casa non avremmo modo di riposare le chiappe per una giornata: per me è indifferente fare altri tre passi o no, ma lei vuole farmi contento e per l’ennesima volta mi accompagna a fare l’ennesima follia.

La mattina partiamo presto e con il freddo, ad aspettarci a 60 km da Disentis c’è il Passo del Lucomagno, che non ha nulla di entusiasmante dal punto di vista motociclistico, ma il passaggio è obbligatorio per scendere nel cuore del Canton Ticino, la parte italiana della Svizzera. E che sia italiana lo si vede subito:
– la condizione dell’asfalto è buona ma non eccelsa come nel resto della Confederazione
– la condizione delle case, non sempre tenute bene, è in stile italiano e non tedesco
– ci sono pure gli orti davanti alle case, che ospitano addirittura qualche timida vite
– il fitto bosco nelle montagne, che più a nord lascia spazio a immense praterie
– le erbacce alte nei giardini delle case

Si, insomma, ci facciamo sempre riconoscere…

La strada che corre verso sud e che porta a Bellinzona è piuttosto lunga e noiosa, come è lunga anche la risalita verso nord per il Passo del San Bernardino. Qui si corre però, moto con targa locale sfrecciano davanti a noi, e qualche connazionale segue l’esempio di quei centauri: peccato che i Nostri, non fossero abilissimi nella guida dei loro mezzi e che ben presto sorpasso pure io con il mio bicilindrico da pochi cavalli e carico come un mulo (già: a noi piace viaggiare pesanti). Il valico è bellissimo c’è un sole stupendo che riscalda i nostri cuori fino alla temperatura di 4 °C, alle 11 del mattino del 17 agosto. Qui interviene nuovamente l’insostituibile Caotina su tazza di plastica, che ci accompagnerà con il suo “calore”  fino ad arrivare giù a Splugen e quindi sullo Spluga, dove finalmente, riesco a guadagnarmi quell’adesivo che l’anno scorso ho dimenticato di acquistare. Pranzo veloce a base di pasta, e poi giù a Chiavenna-Bergamo-Vicenza (con queste tappe per la sosta): A. scende dalla moto nauseata, io invece stavo per svenire a causa della pressione bassa. Non ce la facevamo più.

1196 km per acquistare l’adesivo del Passo dello Spluga, questa è la verità. tutto il resto è di puro contorno.

 

* è come un trofeo di caccia, nessun mototurista (o camperista) può rinunciare all’adesivo: c’è chi lo incolla ai bauletti della moto, alla moto stessa, o lo raccoglie in album insieme ad altri adesivi.
** noi non ce l’avevamo la vignetta, rischiando per 2 volte di prendere una multa di parecchi euri.

 

 

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