Il viaggio in moto da due punti di vista

Croazia, Bosnia e Montenegro tour in moto

Secondo “Balkan Tour”, ma questa volta si fa sul serio. Per carità, non che la prima volta scherzassimo, ma ormai l’esperienza accumulata nel corso degli anni e della strada percorsa ci permette di osare un po’ di più. La Croazia ci stava stretta, stavolta ci siamo spinti in Bosnia e in Montenegro.

Come sempre, l’idea è nata quasi per sbaglio, vedendo nei social alcuni tour organizzati che con pochi soldi promettevano di attraversare offroad alcuni stati balcani, fino ad arrivare a Sarajevo. Quello che invece doveva essere organizzato, si è rivelato “disorganizzato” ed annullato a pochi giorni dalla nostra partenza, a causa di mancanza di presenze per il tour a cui ero interessato. Poco male.

Come al solito, prenotiamo tutti gli alloggi prima di partire, abbiamo visto che è una tecnica che funziona e che soprattutto ci permette di preventivare la spesa.

 

Visto che il testo è lungo, ecco l’indice:

 

 

Primo giorno: Zara e l’organo marino

Problema #1: A. insiste per portare con noi la telecamera e microfono per poter realizzare un video-diario, ma nel bauletto ci entra a fatica, è già troppo pieno.

Tappa impegnativa già dal primo giorno, con più di 500 km da percorrere. Le condizioni meteo non sono delle migliori, e ce lo aspettavamo: da Padova a Trieste c’è il sole, poi in Slovenia troviamo 15 gradi e attraversiamo quei pochi chilometri immersi nei nuvoloni carichi di pioggia; a Rijeka spunta il sole tra le nuvole.

Problema #2: Ci fermano in dogana per entrare in Croazia, chiedendoci molte volte se avevamo droghe. La poliziotta parlava male inglese, noi lo capiamo ancora peggio: ma abbiamo capito bene la parola “jail” tra le “2 options” che ci dava. Panico: siamo strati trattenuti diversi minuti, mi continuava a chiedere se la moto fosse mia, finché non abbiamo aperto i bauletti per far vedere il kit del pronto soccorso ed alcuni medicinali che avevamo con noi. Problema e panico risolto.

Pranziamo al bar dell’autogrill e nel frattempo spunta il sole: via gli antipioggia e fino a Zara percorriamo la strada lungo la costa che va via via migliorando sempre di più. All’altezza dell’isola di Krk è molto bella, più a sud, di fronte all’isola di Pag è a dir poco meravigliosa. Poco traffico, tanto sole, asfalto perfetto e panorama da paura. What else? Non avevo mai usato la moto nuova a pieno carico e per così tanti chilometri prima d’ora, ma devo dire che sono proprio soddisfatto. Nonostante il peso da ferma, una volta in movimento ci si scorda di avere la passeggera e le valigie piene (ma proprio piene).

Arriviamo (finalmente) a Zara nel tardo pomeriggio, visita al museo archeologico, cena tipica, e poi tutti a godersi lo spettacolo dell’organo marino costruito sul progetto dell’architetto Nikola Bašić.

Problema #3: La stanza prenotata per la notte è molto luminosa, alle 4.30 ero già sveglio. E ci aspettavano altri 300 e più chilometri per arrivare a Mostar.

 

Secondo giorno: Medugorje e Mostar

Dopo aver dormito poco e male, partiamo alla volta della Bosnia. La nuvola fantozziana era già pronta a seguirci. Partiti col sole, dopo un centinaio di chilometri di autostrada che da Zara porta a sud del Paese siamo costretti a fermarci per indossare gli antipioggia.

Problema #4: Di acqua ne abbiamo presa gran poca, ma la deserta autostrada che si alza in quota è contornata di pale eoliche. Le pale eoliche vengo installate dove c’è vento. Quel giorno le pale giravano molto molto forte, anche quelle eoliche. I nostri antipioggia storici facevano da vela e così a fanculo la possibilità di bagnarci, era impossibile guidare con quei cosi addosso!

Problema #5: Le indicazioni in autostrada segnavano che mancavano 37 km ad una stazione di servizio e non avevamo molta benzina, tant’è che dopo un po si accese la spia della riserva.
Il CDB mi indica che rimangono 3 litri di carburante. La stazione di servizio indicata 37 km prima, in realtà era un cantiere. Prossima stazione a 27 km: arrivati, qui il distributore propio non esisteva e al suo posto c’era solo il piazzale che lo ospiterà tra qualche tempo. Abbiamo solo 1 litro di benzina, il navigatore non riporta le indicazioni per nessun benzinaio, le mappe sono ridotte.

Passiamo la frontiera Croato-Bosniaca e vediamo la nostra salvezza: un distributore di benzina! Pieno fatto con 9 euro, ma ora ci aspettava l’attraversata di tutta, tutta, tutta la nuova autostrada A1 bosniaca: in totale 9,5 km, il resto è in costruzione. E visto che era di strada, siamo pure andati in pellegrinaggio a Medjugorje a ringraziare per la grazia ricevuta. A dire il vero contavo in un’apparizione di Paolo Brosio, ma le mie preghiere non sono servite.

Ripartiti, attraversiamo il territorio collinare per raggiungere la prossima meta. Non voglio dilungarmi sulla condizione del manto stradale o sulla quantità/qualità delle auto che noi usavamo negli anni ’70 e che poi abbiamo sapientemente venduto ai vicini popoli balcani. Tralascio anche l’evidente inquinamento che queste causano, in quel territorio così selvaggio e verde. Nelle foto si vede tutto.

Dopo poco meno di 30 km troviamo finalmente Mostar, città divenuta famosa dopo il 3 aprile 1992, quando fu soggetta ai bombardamenti e ad un assedio lungo nove mesi. Ad accoglierci sono i tanti minareti delle moschee che spuntano qua e là, in quel paesaggio afoso, grigio e balcanico.

Siamo partiti con alcuni pregiudizi, con in testa le storie che avevamo sentito dalla gente o visto alla TV: ci hanno sconsigliato di fermarci lungo l’autostrada che c’è brutta gente, ci hanno detto che i poliziotti corrotti ti fermano per strada e ti chiedono soldi per lasciarti andar via, pensavamo di trovare i dinosauri ancora in vita. Il grigiore delle città dei balcani è l’unica cosa che ha trovato conferma. Altra cosa: qui ci guardano tutti come fossimo degli alieni, nessuno ha una moto, nessuno viene qui in moto.

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Dopo una perlustrazione veloce della cittadina ci fermiamo a mangiare qualcosa di locale, tra cui un piatto di nome Pljeskavica (una bistecca di carne macinata di manzo e vitello), accompagnata da cipolle, pomodori e una pita, e dei Cevapi (piccole salsicce, fatte con la stessa carne). Ma la nostra visita approfondita prosegue nel tardo pomeriggio: il primo vero giorno caldo di questa estate piovosa, l’afa e l’aver dormito poco la notte prima non ci hanno permesso di fare altrimenti.

In poco più di due ore si riescono a vedere le principali attrazioni di Mostar, dal Bazar allo Stari Most, il ponte che è stato abbattuto durante la guerra e poi ricostruito seguendo il progetto originale. Mostar rappresenta un primo assaggio di mondo islamico, ma ancora europeo. Si è contornati da moschee e da donne con il burqa, ma tutto molto europeo. La disoccupazione è molto alta e i giovani lavorano per lo più nei negozi del centro storico che vendono i souvenir, ma per la maggior parte del tempo li trovi seduti su dei sgabelli bassissimi oppure sui gradine all’entrata del proprio negozio a parlare tra di loro. Altri si sono inventati di dar spettacolo gettandosi dal ponte, a pagamento. Prima della guerra c’erano molte fabbriche e la gente lavorava, ce n’era una molto grande che produceva sigarette. Ora l’unica fabbrica rimasta dopo la guerra è la “Aluminij Mostar”, che produce un terzo del PIL dell’intera nazione.

 

Terzo giorno: Sarajevo

Che la Bosnia abbia difficoltà a decollare è cosa nota, ma la cosa che non si sa è invece che le vie di comunicazione tra una e l’altra città scarseggiano: a collegare le due città più importanti è un unica strada di più di 130 km, che attraversa le Alpi Dinariche, seguendo il corso del fiume Narenta. Paesaggio di straordinaria bellezza e in alcuni tratti si è immersi nella natura. Tra un paesino e l’altro si vedono alcuni covoni di fieno, quelli che qui si facevano 50 anni fa; poco più in là un signore vendeva le pelli di pecora. Fantastico.

Le due ore di viaggio passano piuttosto velocemente tra una curva e una salita. Arriviamo a Sarajevo attraverso qualche chilometro dell’altra autostrada Bosniaca. E riecco il grigiore, misto al rosso dei tetti dei vecchi edifici vicini all’aeroporto. A contornare il paesaggio è un’afa tremenda e lo smog amplifica il tutto. E quella sensazione di vecchio mette un’ansia assurda.

Andiamo subito a visitare il famoso Tunnel Spasa, ma chi ha già avuto modo di visitare altri forti o musei della prima guerra mondiale nell’altopiano di Asiago, si rende conto che i mezzi usati erano gli stessi, a distanza di oltre 80 anni. Dalla guerra della Ex Jugoslavia sono passati solamente poco più di 20 anni, e il ricordo è ancora vivo nella mente degli abitanti, tanto che si vede sui loro visi e, soprattutto, sulle facciate di tante case e palazzi,dove i buchi dei proiettili testimoniano la follia di una guerra. Per non parlare poi delle “Rose di Sarajevo”, delle vere e proprie “ferite” sul cemento, ovvero i segni delle bombe, dipinti di rosso.

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Ripartiamo in direzione del centro città, attraverso le non facili salite e discese del centro, per cercare il nostro hotel e per mangiare qualcosa. Una parte del centro storico di Sarajevo è la Baščaršija (il quartiere turco). Oltre ai tantissimi ristoranti tipici e negozi, sono presenti anche le moschee. È venerdì, giorno di festa per i musulmani: i canti della “messa” che provenivano dalla moschea più grande ci attirano subito, e ci fermiamo ad assistere alle preghiere in arabo. Uomini a destra, donne a sinistra. Nella moschea non si entra, ma all’esterno ci sono un paio di maxischermi e altoparlanti che attirano l’attenzione di tutti i passanti. Molto suggestivo.

Poco lontane invece ci sono una cattedrale cattolica, ortodossa e sinagoga, tutti simboli della grande convivenza religiosa di questa città.

Ad un paio di km, il Viale dei Cecchini, da dove i Serbi sparavano contro i civili a piedi o in auto, provenienti o diretti all’aeroporto; i cecchini sparavano soprattutto ai bambini poiché attorno al piccolo corpo venivano richiamate altre persone, bersagli facili.

Dopo cena rientriamo in hotel, stanchi come pochi. Problema #6: La nostra stanza era situata all’ultimo piano, completamente finestrato lungo 2 lati, e lungo i due lati rivolti su una delle strade principali c’erano pure dei faretti che illuminavano la facciata dell’hotel. E le tende non oscuravano una cippa di minchia. Io avrò dormito forse 3 ore, A. qualche ora in più grazie alla sua “mascherina da notte” improvvisata con la sua bandana.

 

Quarto giorno: Montenegro e Dubrovink

La mattina presto salutiamo Sarajevo per dirigerci verso Nikšić (Montenegro). Dove il territorio Bosniaco è controllato dalla Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina compaiono anche le indicazioni stradali con il doppio alfabeto, cirillico e latino, e per noi due, che condividiamo una sella, significa che siamo molto lontani da casa, oggi più che mai. Non nascondo un po’ di timore. Man mano che ci si allontana dalla città, la strada diventa sempre più stretta e difficile, fino ad arrivare ad un incrocio con le indicazioni per la nostra prima meta odierna. La strada peggiora ancora di più, l’asfalto in alcuni tratti proprio non c’è. Si tratta della strada M18, 20 km di incognite lungo il fiume Drina che ci portano al confine dei due stati. Problema #7: In dogana a MNE ci chiedono la Green Card e le nostre carte di identità non piacciono ai poliziotti, che ci chiedono se abbiamo il passaporto. Panico #2: Che cazzo è la green card? Ci fanno capire che dobbiamo tornare indietro, ma in un breve momento di lucidità mi fermo e prendo la carta verde:l’assicurazione… Siamo salvi, possiamo proseguire.

 

E in Montenegro ritorna magicamente l’asfalto. Un bell’asfalto contornato da un bel paesaggio montano. Si costeggia il corso d’acqua e lo si attraversa in un paio di tratti. Si corre forte e ci sono tanti motociclisti, buon segno! Le strade più belle qui hanno tre corsie, due in salita con una corsia dedicata al sorpasso, una in discesa. Ben presto arriviamo a Nikšić, giusto per pranzo. Un simpatico indigeno che parlava italiano ci dice di parcheggiare “la motora” in un angolo e ci indica un ristorante tipico. Io che avevo fretta lo ascolto e faccio tutt’altro: al primo “pekara” (panificio) mi ci fiondo dentro e mangio un panino al volo. Ma mi serve anche un trofeo per la mia conquista del MNE, mi serve un adesivo: lo trovo in un’edicola lì vicino.

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Ripartiamo verso Dubrovnik, ma veniamo rapiti dalla bellezza di quelle montagne e dalla panoramica del lago Slansko. Ripartiamo ma poco più avanti una ruspa bloccava il passaggio a tutti gli automobilisti. Problema #8: Nessuno parla inglese e un ragazzotto che era in colonna (il primo di N ragazzotti fermi in auto) tenta di dirci qualcosa, ma non lo capiamo. Ci diceva di continuo “Tri bla bla bla”,  poi si rivolgeva a quello antipatico sulla ruspa dicendo di spostarsi per noi. Quello antipatico guardava un vecchio a petto nudo su un masso grande, anche lui diceva di spostarsi per far passare noi. L’antipatico, a quel punto non aveva scampo e ha spostato quella sua enorme ruspa gialla. Poco più avanti scopriamo che stavano asfaltando la strada, penso che la loro usanza sia quella di asfaltare l’intera careggiata e non metà alla volta: dal lato opposto del cantiere, tre massi giganti bloccavano la strada ad altrettante macchine. A mettere lì quei massi è stato l’antipatico con la ruspa, non ho dubbi. L’Africa con le valigie laterali ci è passata per un centimetro.

Inizia la discesa verso la Croazia e quasi siamo felici di ritornare in un paese che parla almeno una lingua che comprendiamo. La discesa si fa più lunga del previsto: ennesima dogana ed ennesima colonna. Ho provato ad essere educato e a farmi mezzora di colonna, poi mi sono ritrasformato in Italiano medio e ho sorpassato tutti, anche su consiglio del poliziotto. Poco più avanti raggiungiamo la bellissima Dubrovnik (o Ragusa). La Venezia Croata, però bellissima e lucida, tutta bianca, tutta in marmo. Di recente ha trovato ambientazione anche la serie TV Games Of Thrones. Non vi racconto nulla, andateci di persona.

Mangiamo in un locale con vista sul mare, vicino alla stanza che avevo prenotato, ci godiamo il tramonto e ce ne andiamo a letto.

 

Quinto giorno: Spalato

In realtà da qui in poi c’è poco da raccontare, questa città, per noi, è solamente una meta/dormitorio per poi fare tanti altri chilometri per tornare a casa. Spalato è carina ma piccola, c’è praticamente solo il palazzo di Diocleziano (Dio Cleziano!). Altro non c’è.

Ah no, ci sono anche le nuvole e la pioggia. Alloggiamo in un appartamento squallido fuori città, la proprietaria si era dimenticata che dovevamo arrivare… Per scusarci ci offre una fetta di torta ed una mela avvelenata e se ne va con un ghigno. Il maltempo ci costringe a rientrare molto presto nel pomeriggio, ceniamo nell’appartamento con un paio di Insalatissime Rio Mare (Dio Mare!) e un paio di formaggi locali, acquistati in un supermercato Konzum lì vicino. Colgo l’occasione per ringraziare il nostro sponsor, le merende balcane “7 Days“, disponibili sfuse in tutti i supermercati e stazioni di servizio della Croazia (e non solo!), senza le quali non avremmo mai potuto fare colazione dove non prevista negli alloggi.

E tanto per cambiare, alla notte dormiamo poco e male.

 

Sesto giorno: Ultimi chilometri prima del rientro

Spalato, Senj, Rijeca, Buje: altro spostamento gagliardo per permetterci di rientrare a casa, senza tante fermate intermedie. Il sesto giorno ci ha riservato solamente tanta pioggia e l’unica opzione era quella di andare in autostrada. Lì l’asfalto è buono, c’è poco traffico e quindi si limitano i pericoli al minimo. L’unico tratto di costa che abbiamo fatto è stato da Senj a Rijeca.

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Da qui ci spostiamo al centro dell’Istria, trovando un bellissimo paesaggio collinare molto simile al nostro, e non solo il panorama: arrivati a Buje per passare l’ultima (e scomoda) notte, nel centro del paesino dove abbiamo fatto la spesa (per cenare in camera) sentiamo gli anziani del posto parlare in un dialetto stretto, praticamente in istriano-veneto. Con grande sorpresa e curiosità ci mettiamo a divagare con loro di questa loro particolarità.

E il settimo giorno ce ne torniamo a casa per riposarci dopo l’opera compiuta. Nelle rispettive dimore natali ci aspettavano i rispettivi parenti, quasi come fossimo stati dall’altra parte del mondo. E che per certi aspetti è anche vero, abbiamo avuto un primo assaggio di culture così diverse e lontane in una relativa corta distanza.

 

P.S. La nuova Africa Twin si è comportata egregiamente, anche in condizioni atmosferiche difficili. È stata all’aperto anche durante le notti di pioggia, al mattino seguente si è accesa in un baleno. Il primo treno di gomme non mi fa impazzire, sembra però abbia una buona durata. Ha solamente tre difetti:

  • consuma poco, ma il serbatoio è troppo poco capiente
  • i fanali non illuminano perfettamente a terra nelle immediate vicinanze, ma probabilmente dovevano pur vendere i faretti supplementari originali Honda a 500 €
  • la sella è piuttosto dura.

 

 

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1 Comment

  1. Mattia J 24 giugno 2016

    Finalmente qualcuno che dice le cose come stanno, basta perbenismo da bar e sterile ipocrisia post-comunista. In questo post vengono smontati i diktat scontati con una frenesia che è il leitmotiv della narrazione. Il Montenegro è sottovalutato.

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